David Larible

 

Il grande Larible: «A un clown servono più i fiaschi che i trionfi»
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brescia David Larible - ospite d'onore alla «Festa internazionale del circo contemporaneo» di Brescia, il 5-6 e il 9-10 al Teatro Sociale - non vuole sentirsi ripetere che è il migliore clown del mondo. Si difende citando uno dei suoi modelli, il clown Charlie Rivel, che ai giornalisti rispondeva: «Non importa che io sia il migliore o peggiore. Conta che io sappia che verrà qualcuno dopo di me». È difficile trovare una frase che sintetizzi meglio il senso del teatro, arte effimera per definizione, che si consuma nell'attesa di un istante di bellezza, in eterno equilibrio tra tradizione e rinnovamento. Come è difficile trovare oggi un personaggio più rappresentativo di Larible.
 Lui - 44 anni, Clown d'Argento nell'89 e Clown d'Oro due anni fa al Festival di Montecarlo - riassume quasi tutti i caratteri del circo. Per esempio, la tradizione familiare: «Siamo nel circo - racconta - da sette generazioni. Mio padre era trapezista-giocoliere, il primo italiano a essere invitato in America all'Ed Sullivan Show. Mia madre è una Casartelli, della dinastia del Medrano». L'apertura alle innovazioni lo fa spaziare dal mitico circo americano «Ringling, Barnum and Bayley», di cui è l'attrazione principale, ai festival di Nuovo Circo come Brescia («Cosa c'è di strano? Guai ad accontentarsi della routine»).
«Nel circo - dice Larible - scuola e esperienza si compenetrano. Io ho avuto l'esempio e la guida di mio padre. Sognavo di fare il clown, e lui mi ripeteva di esercitarmi come acrobata e musicista, perché il clown è un punto di arrivo, non di partenza, non lo puoi fare se non sai "tenere" il pubblico». Un apprendistato severo: prima di essere clown Larible è stato giocoliere, acrobata, trapezista, ballerino. «Allora - sorride - storcevo un po' il naso. Ma quella preparazione mi è stata utilissima poi».
Adesso è facile parlare di successo, ma gli inizi non sono stati facili: «In Svizzera, agli esordi, un critico mi stroncò. Ci restai malissimo, poi ho capito che era la sua opinione, e dovevo rispettarla». Poi è arrivato il trionfo, decretato dal sofisticato ed esigente pubblico di Montecarlo: «Quando vinsi il Clown d'Oro ebbi una standing ovation di cinque minuti. Nessun altro l'ha avuta. A pensarci ho ancora i brividi».
Il bilancio è più che attivo, no? «Sì, ma devo ammettere che servono di più i fiaschi che i trionfi. Gli insuccessi forgiano, e ti obbligano a dare di più». Il che, in termini pratici, significa tanto allenamento. A Brescia farà due repliche al giorno (quella serale è alle 20). La prospettiva di recitare in un teatro di tradizione come il Sociale emoziona anche un clown navigato: «Mi piace mettermi alla prova. La tensione prima di entrare in scena mantiene vivi. In teatro devi affrontare problemi nuovi, come la visione frontale del palcoscenico al posto di quella circolare della pista». Ma non è poi così strano: «La clownerie è una forma d'arte che viene dalla commedia dell'arte, anche se nell'ultimo secolo si è identificata soprattutto con il circo».
Ora le cose stanno cambiando; il teatro d'avanguardia ha eretto il clown a modello: un attore vivo, slegato dalla routine, che non recita, è. «Lo stesso motivo - commenta Larible - per cui ci amano i bambini. Il clown è un anarchico, che non segue regole. Conosce le tecniche, certo, ma la bellezza nasce da altro: il legame con il pubblico, il tempismo, un "orecchio" quasi musicale: lo puoi affinare, non apprendere».
Molti giovani aspirano a diventare clown: «Ce ne sono di bravi, ma spesso si perdono dietro al cinema e alla tv, che danno più soldi. Il problema non è il successo, è fare ciò per cui sei portato». È un momento così, di ricambio generazionale, per tutto il circo: «Per questo guardo con interesse al Nuovo Circo. L'importante è che ci sia professionalità. Amo la tradizione per la sua magia, e il nuovo per la sua freschezza. Entrambi hanno dei difetti: il vecchio circo si è un po' chiuso, il nuovo rischia di cercare troppo l'effetto. Ma senza esperimenti non si va avanti». Esperimenti come quello sognato da Larible: «Mettere in scena Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello con sei bravi clown. Lo voglio fare, un giorno, quando tornerò in Italia...».
Pier Giorgio Nosari